Ma quale 70% degli investimenti per il nucleare destinati alle nostre aziende. Al massimo si tratterà del 40% e comunque finirà anche questo in mano a imprese francesi. Ne è convinto Andrea Lepore, responsabile Campagna Nucleare di Greenpeace, che ad Affarittaliani.it spiega come il ritorno all’atomo non è un buon affare per l’Italia. E nemmeno per il clima “Se si raddoppiasse il numero dei reattori presenti in tutto il mondo si otterrebbe una riduzione di appena il 4% della Co2″.

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Mercoledì gli attivisti di Greenpeace sono saliti sul “Colosseo Quadrato” all’Eur di Roma mentre Confindustria e Enel incontravano le imprese italiane interessate al nucleare.

Secondo voi la costruzione in Italia di quattro centrali è un affare solo per i francesi e non per le nostre aziende. Perché?

“Confindustria e Enel promettono alle imprese italiane il 70% degli investimenti totali per costruire quattro reattori in Italia. Noi, che ci occupiamo da molto della materia, sappiamo che per quanto riguarda la parte non nucleare, visto che la cosiddetta isola nucleare degli impianti è coperta da brevetti francesi, la quota degli investimenti è pari al massimo al 40% del totale. Insomma i dati dell’Enel si contraddicono con quelli pubblicati dall’azienda elettrica francese Edf, alleata con la stessa Enel nel progetto nucleare italiano, a proposito del progetto di Flamanville in Francia dove stanno costruendo un Epr. Basta andare sul sito del gruppo francese”.

Posto quindi che Enel si sbagli, e che gli investimenti aperti alle imprese italiane siano il 40%, e non il 70%, si tratta comunque di una grossa fetta visto che l’investimento totale è di 16-18 miliardi.
“Il 40% è quello che in teoria può andare agli italiani. Purtroppo però c’è già l’esperienza della costruzione di altri Epr, uno in Francia e uno in Finlandia attualmente. In Finlandia, ad esempio, nonostante le promesse fatte alle aziende finlandesi, è sempre un colosso francese, il gruppo Bougeys, che sta facendo la parte del leone nella costruzione delle parti non nucleari. D’altra parte le aziende francesi sono quelle più abituate ad aver a che fare col nucleare e finiscono sempre per aggiudicarsi le commesse”.

Però il tavolo organizzato da Confindustria e Enel con le aziende interessate al nucleare ha proprio l’obiettivo di fornire loro le informazioni utili per intraprendere il percorso di qualificazione necessario.
“Attrezzarsi all’ultimo momento per partecipare a un progetto di questo tipo può non essere molto semplice. Questo non vuol dire che non debbano provarci. Ma il problema è che Enel fa tutto questo solo per creare consenso attorno al progetto, proprio perché molte aziende sono giustamente diffidenti sul fatto che le ‘ricadute positive’ le riguarderanno. Tra l’altro la stessa Enel non può permettersi di partecipare”.

Perché?
“Perché Enel ha un debito di 54 miliardi. Investire nel nucleare significherebbe chiedere alle banche altri 25 miliardi, cioè quanto serve per 4 reattori. Considerando il gap tra il momento in cui si chiede l’investimento e quello in cui si cominceranno a maturare i ricavi per ripagarlo si capisce che è un affare insostenibile per la società. E sarebbe rischioso anche per i privati“.

Chi lo dice?
Citigroup. Che in un rapporto, pubblicato a novembre, ha individuato 5 grossi rischi: di pianificazione, di costruzione, di prezzo, rischi operativi e rischi di decommissioning“.

Greenpeace pone poi dei dubbi anche sugli Epr, ovvero sulla tecnologia che sarà utilizzata per costruire questi reattori.

“Più che dei dubbi sono delle certezze. Basta guardare la Finlandia. Lì stanno costruendo un Epr e dopo tre anni avevano già accumulato tre anni di ritardo. I costi, poi, sono aumentati di oltre il 50% rispetto a quanto preventivato. Inoltre la Stuck, l’agenzia di sicurezza nucleare, ha già riscontrato 2.100 non conformità nella costruzione dell’impianto. Senza contare che nell’ottobre di quest’anno le tre agenzie di sicurezza, francese finlandese e inglese, hanno stabilito che esistono delle gravi carenze nel sistema di sicurezza nell’impianto Epr. Insomma, non è un nostro parere: nel resto del mondo Areva cerca di piazzare gli Epr ma non ci riesce, come negli Emirati Arabi”.

Non solo Epr, però. Il no di Greenpeace è proprio al ritorno al nucleare, nonostante molti ambientalisti, tra cui uno dei cofondatori della vostra associazione, Patrick Moore, abbiano rivisto il loro giudizio sull’atomo di fronte alla minaccia del riscaldamento globale.

“La posizione di Greenpeace è antinucleare. Il fabbisogno mondiale di energia può essere soddisfatto solo con le energie alternative e con l’efficienza energetica, come dimostra il nostro rapporto Energy Revolution. Il problema del nucleare è che si tratta di una falsa soluzione: se anche si raddoppiasse il numero dei reattori presenti in tutto il mondo si otterrebbe una riduzione di appena il 4% della Co2. Per questo non è la soluzione. La cosiddetta ‘rinascita nucleare’ è stata indotta da quelle società che producono impianti e che, non avendo ormai più mercato, hanno cavalcato la crisi petrolifera e i problemi climatici. Ma in realtà questo rinascimento non si sta verificando da nessuna parte: la maggior parti delle centrali in funzione sono quelle costruite 40 anni fa cui è stato prolungato il periodo di vita e, a parte pochi casi, nessuno ne costruisce di nuove”.

(AffariItaliani.it)

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