Sono almeno tre i criteri di cui bisogna tener conto per realizzare una mappa dei siti su cui può essere costruita una centrale nucleare. Il primo criterio è che il sito sia utile - abbia, cioè, un rifornimento sufficiente di acqua - ma lontano da zone densamente abitate. Il secondo criterio chiama in causa il rischio sismico: la zona deve avere una bassa probabilità di essere colpita da un terremoto. Queste due condizioni restringono molto il campo. Come si resero conto i tecnici del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (Cnen) quando, negli anni ‘70 del secolo scorso, hanno redatto la prima mappa nucleare per il nostro paese e dovettero indicare poche zone lungo il Po (vercellese, piacentino), alla foce del Tagliamento, a cavallo tra Friuli e Veneto, in Lazio e alla foce del Garigliano, in Sardegna. Ma, rispetto a 40anni fa, la situazione è cambiata. È intervenuto un terzo criterio: il rischio climatico. Il sito deve essere a basso rischio di inondazioni. Ed è questo nuovo rischio che ha indotto l’Enea (ex Cnen) a elaborare nel 2007 una nuova mappa, ancora più restrittiva. In pratica tenendo conto dei tre criteri le zone possibili, secondo l’Enea si riducono a pochissime: A Vercelli l’area intorno al Po; APavia l’area intorno al Po; l’isola di Pianosa in Toscana e alcune zone in Sardegna. Si potrebbe prendere in considerazione anche Montalto di Castro, anche se lì il rischio sismico non è minimo.

MILITARIZZARE
È evidente che, tenendo conto dei tre criteri, non ci sono molte aree candidabili in Italia. E allora,come farà il governo a scegliere? Mettendo da parte un quarto criterio, sempre più rispettato in Europa: il convinto sostegno delle popolazioni coinvolte. In Svezia o in Finlandia per realizzare una centrale - in zone, peraltro, a bassissima densità di popolazione - si chiede la partecipazione attiva dei cittadini. Che sono coinvolti in tutto il processo decisionale. Persino in Francia, dove il nucleare è nato come opzione strategica politico-militare, oggi si pratica una democrazia ecologica partecipata. Il sospetto è che il governo Berlusconi - così come ha fatto per i rifiuti in Campania - intenda derogare a molte regole di sicurezza e fare a meno della democrazia partecipata. Da questo punto di vista le opzioni, ancora una volta, sono molte. O si usano aree militari o,come è successo in Campania, si militarizza un sito civile. La scelta può essere favorita mettendo a disposizione dei comuni disponibili una certa quantità di fondi: che è solo una parte, l’ultima, di un processo partecipativo. È ovvio che una gestione autoritaria del problema è solo una scorciatoia che espone a molti rischi. Da un lato c’è quello di inasprire il conflitto sociale. Dall’altro c’è quello di minimizzare i rischi. Come è successo negl Stati Uniti d’America, dove dopo molti anni, hanno dovuto abbandonare l’opzione della Yucca Mountain quale sito definitivo per ospitare le scorie radioattive.

SCORIE
Già, le scorie. Sono il grande problema irrisolto del nucleare: non solo in Italia. Ma da noi non ne riusciamo a gestire neppure piccolissime quantità. Come faremo con quelle prodotte da diverse centrali operative? Dice: scegliendo i giusti siti. Che devono avere caratteristiche molto diverse da quelli utili per una centrale.Un apposito Gruppo di Lavoro ha selezionato le zone: sono tutte nelle zone a cavallo tra la Toscana e l’alto Lazio, la Puglia e la Basilicata, qualche località in Calabria. Ma Scanzano Jonico, durante il passato governo Berlusconi, ha dimostrato che senza partecipazione democratica delle popolazioni interessate anche la scelta dei siti per le scorie è sia inefficace sia inefficiente. (L’Unità)

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