Un «carosello», è scritto negli atti dell’inchiesta. Un giro vorticoso di società aperte e chiuse, alcune operanti nel settore commerciale, altre direttamente nel settore della gestione dei rifiuti. Questo il sistema messo in piedi dal duo Belforte-Buttone. E, soprattutto, affari per milioni di euro, senza considerare il danno erariale e i fondi stornati illecitamente attraverso il fallimento pilotato di alcune società. Un volume di denaro versato e sottratto allo Stato di almeno 15 milioni di euro soltanto negli ultimi cinque anni. Molti degli aspetti dell’intreccio societario sono ricostruiti grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Michele Froncillo: «Ricordo che Pino Buttone (si parla di rifiuti, ndr) aveva interessi a Salerno, Frosinone, Roma, in Lombardia, oltre che nel Napoletano e nel Casertano. Una volta ci disse: siete ignoranti, altro che droga». Sempre secondo le risultanze investigative, inoltre, uno dei settori attraverso il quale venivano riciclati i capitali illeciti era quello della compravendita di auto, quasi sempre di grossa cilindrata che venivano smistate nel Lazio. Ma il grosso del business veniva gestito dalle società: fra queste la Ecomediterranea e altre aziende fra cui la Ecologica Meridionale, Enertrade (poi fallita), Ecopartenope, Bio.com, la Pisa Ambiente, «dotate di adeguati impianti e idonea struttura - scrive il gip - attive nel settore produttivo della gestione dei rifiuti dove agivano in maniera irrispettosa degli obblighi di legge». Altre società, invece, erano completamente prive di impianti e di struttura (società cartiere) «aventi come scopo esclusivamente quello di dare luogo a un giro (carosello) di fatture false e dissimulare ingenti capitali»: fra queste Ni.Co service ecologica, Waste service. In ogni caso, l’«ammiraglia» era la Sem spa, l’azienda che aveva rapporti con la Recam, debitrice nei confronti dell’Erario di 7 milioni di euro fra il 2003 e il 2004. I principali accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza hanno invece riguardato la Enertrade, sede operativa a Marcianise, rapporti anche con la Hydrogest per il trattamento delle acque reflue. Nel complesso gli inquirenti hanno accertato che, soltanto fra il 2006 e il 2008, attraverso la società sono passati rifiuti per oltre 17milioni di chili. Da un monitoraggio delle Fiamme gialle è inoltre emerso che oltre il 50 per cento (15 su 27) delle società operanti sul territorio nel comparto avevano rapporti con la Ecomediterranea. Infine la cassa del clan. Froncillo racconta: «dopo gli arresti del capo, ho assunto la reggenza della cassa insieme a Bruno Buttone, Gino Trombetta e alle mogli dei Belforte». (Il Mattino - Caserta)

“GIUDIZIO FINALE”: SOLDI DELLA RECAM ALLA CAMORRA

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