“Giudizio finale”: soldi della Recam alla camorra
Soldi della Recam alla camorra. È una verità-choc quella che emerge dalle indagini della direzione investigativa antimafia, condotte dai pm Conso, Ribera e Falcone, in collaborazione col Nucleo operativo ecologico dei carabinieri — coordinati dagli ufficiali Menga, Caturano e Sirignano — e con la Guardia di Finanza.
Rivelano che tra il 2004 e il 2005 la società creata da Italia Lavoro e dalla Regione Campania per la riqualificazione dei Regi Lagni ha affidato la rimozione dei rifiuti prelevati nel nolano ad una impresa controllata dal clan Belforte. Undici le ordinanze di custodia cautelare. Colpiscono, tra gli altri, Pasquale Di Giovanni e Giuseppe Buttone. Secondo gli inquirenti sono gli imprenditori del clan che gestivano il traffico illecito di rifiuti. Entrambi sono sfuggiti alla cattura. Quarantaquattro gli indagati. I reati contestati: associazione per delinquere di stampo camorristico, traffico illecito organizzato di rifiuti e truffa aggravata ai danni di ente pubblico, riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita, estorsione. Uno degli indagati è Antonio Scialdone, che il primo ottobre 2003 fu nominato dal consigliere regionale Enzo Rivellini (estraneo all’indagine, ndr). Il 29 dicembre 2003 la società invita le ditte interessate a presentare una offerta per il servizio di smaltimento rifiuti. Rispondono in 4: Sarim, Igica, Sem, De Vizia Transfer. Il 20 aprile 2004 Rivellini sottoscrive il contratto di appalto con la Sem. La società sarebbe in realtà riconducibile agli imprenditori Di Giovanni e Buttone, organici al clan Belforte, secondo la Direzione investigativa antimafia. Tra il 2004 e il 2005, dunque, Recam conferisce alla Sem oltre 10.000 tonnellate di rifiuti, per un fatturato di un milione e mezzo di euro. Ad almeno 6000 di esse è attribuito un codice fasullo, quello che contrassegna gli scarti dell’edilizia. Sono in realtà rifiuti urbani indifferenziati. La bugia consente alla Sem di avviarli a recupero presso gli impianti delle società «Liccarblock» e «Edilcava» ad un prezzo nettamente inferiore10-12 lire al kg, invece di 150 lire al kg. L’impresa incassa, attraverso questa truffa, almeno 400.000 euro. Con la complicità, sostiene la Dia, di Scialdone. I magistrati gli contestano di avere fatto assegnare l’appalto alla Sem nonostante quest’ultima non fosse in possesso dell’iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per le attività di bonifica. Proprio Scialdone, rilevano gli inquirenti, quando fu nominato da Rivellini era tra l’altro amministratore delegato in due società riconducibili a Di Giovanni: Iniziative Ecologiche spa e Gisa. Dall’inchiesta emerge anche lo smaltimento illegale dei fanghi provenienti dal depuratore di Marcianise. Buttone e Di Giovanni, in accordo con Salvatore Belforte, avrebbero ricevuto nell’impianto Enertrade almeno 17 milioni e mezzo di tonnellate di fanghi ed avrebbero attribuito ad essi il codice relativo ai rifiuti provenienti da demolizione, invece che quello dei rifiuti non pericolosi. Per ingannare eventuali controlli, mescolavano i fanghi con gli inerti. Trasferivano poi questo materiale alla società Ecoriciclo, che lo rivendeva ad imprese edili. Avrebbero così guadagnato illecitamente almeno 1.200.000 euro tra il 2006 e il 2008. (Corriere del mezzogiorno, napolionline)
29 mag 2009 redazione 9online