Un pirata somalo rivela il motivo che lo ha spinto a diventare uno dei pirati che ultimamente stanno facendo tanto parlare di sè

Le gesta dei pirati somali sono oggi sulla bocca di tutti. I loro sequestri di navi fanno parlare i giornali di tutto il mondo, è di pochi giorni fa il rapimento del rimorchiatore Buccaneer, sotto bandiera italiana, al largo del porto di Laasqorai. Hasan, nome fittizio del narratore, racconta di come, da pescatore, si è ritrovato a intraprendere la professione di “guardacoste”, o Badaadinta Badah in somalo. Questo è l’epiteto che vuole gli si dia, perché il loro scopo è solo quello di proteggere le coste somale dalla razzia che dall’alba della guerra si fa dei mari della Somalia. Era da poco iniziata la guerra, quando coloro che si facevano chiamare “Autorità” decisero di concedere, dietro pagamento di cifre più che generose, licenze di pesca nei floridi mari del Corno d’Africa. Ciò rese difficile la vita per i pescatori autoctoni che videro la loro fonte di sostentamento rubata dai pescherecci stranieri in possesso di “autorizzazione”. Questi ultimi impedivano la pesca a chiunque usando sparando a vista e tagliando le reti in mare, pur di non avere rivali. In aggiunta, molte navi provenienti dai più disparati paesi iniziarono a scaricare tonnellate di rifiuti tossici nel mare della Somalia per pochi dollari.

Il conflitto dei signori della guerra ha fatto capire ad Hasan, e a molti altri come lui, che rapire le navi e chiederne il riscatto era l’unica forma di sostentamento sufficiente a mantenere i villaggi poveri della Somalia. La sua prima volta, racconta il pirata, fu nel 2001, quando durante un pattugliamento delle coste decise con la sua ciurma di salire a bordo di una nave di Taiwan. La tennero in ostaggio per 15 giorni e chiesero in riscatto 50 mila dollari.
Questa è una piaga che può concludersi, commenta Hasan, solo con il finire della guerra terrestre e della povertà ad essa legata. (ciaopeople.com)

Bookmark and Share