I due, titolari della Sem (la stessa azienda responsabile di numerose irregolarità a Lo Uttaro, ndr), imponevano una doppia «gabella»: prima il «pizzo», poi costringevano a servirsi della loro ditta.

Come Toni Servillo in Gomorra: imprenditori facevano il lavoro sporco, pronti a riciclare rifiuti nocivi, ma anche a minacciare chi non si metteva in riga. Organici al clan, ma anche capaci di attivare strategie proprie.
Due imprenditori, ritenuti appartenenti al clan Belforte di Marcianise, sono stati sottoposti al provvedimento di fermo come indiziati di reato nel corso di un’operazione dei carabinieri del Comando Tutela Ambiente e della guardia di Finanza di Marcianise. Sono accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni.

Nel corso delle indagini, coordinate dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli, è stato accertato che i due svolgevano una sorta di doppia estorsione: da un lato, infatti, imponevano tangenti ad imprenditori del settore dello smaltimento dei rifiuti nel Casertano e, in alcuni casi, costringevano altre aziende a servirsi della ditta di cui entrambi risultavano essere titolari per procedere allo stesso smaltimento.

I due imprenditori sono titolari della Sem - Società ecologica meridionale - impegnata nel settore smaltimento rifiuti in Campania. Si tratta di Pasquale Di Giovanni e Giuseppe Buttone, quest’ultimo fratello di Maria, moglie del capoclan Domenico Belforte, capo zona di Marcianise, ritenuto legato al clan dei Casalesi. I due imprenditori - arrestati in base a un decreto di fermo emesso dalla Procura antimafia per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsioni aggravate dal metodo mafioso - gestivano gli impianti di smaltimento di fanghi in tre comuni della provincia di Caserta. Sono stati accusati di taglieggiare gli altri imprenditori del settore in provincia di Caserta e di imporre la propria ditta negli appalti. Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, i due si sarebbero presentati ad altri imprenditori dell’area per chiedere il «pizzo» per conto del Belforte e, in alcuni casi, avrebbero commesso estorsioni in concorso con il capo clan Salvatore. Tra gli episodi contestati ai due, quello di una estorsione di 20 milioni di lire risalente al 1997 versata direttamente al boss Salvatore Belforte dalla vittima dopo che Giuseppe Buttone e Pasquale Di Giovanni lo avevano portato davanti al capo clan a ridosso delle festività natalizie. L’inchiesta, denominata «Scacco al Re», segue ed è continuativa delle precedenti operazioni Re Mida, Pronto Soccorso, Ultimo Atto ed Ecoboss. (corrieredelmezzogiorno.it)

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